Primarie aperte (ma non troppo), altrimenti il Pdl è spacciato

Le ragioni per cui le primarie vanno fatte sono essenzialmente due. La prima l’ha spiegata Berlusconi: nel momento in cui fa un passo indietro da candidato premier è indispensabile che il suo successore abbia un’investitura dal basso. Berlusconi non avrebbe avuto bisogno dello stesso meccanismo perché le sue primarie, a partire dal 1994, le ha fatte ripetutamente con le elezioni e poi perché è stato il fondatore sia di Forza Italia, sia del Pdl. di Fabrizio Cicchitto
21 AGO 20
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Le ragioni per cui le primarie vanno fatte sono essenzialmente due. La prima l’ha spiegata Berlusconi: nel momento in cui fa un passo indietro da candidato premier è indispensabile che il suo successore abbia un’investitura dal basso. Berlusconi non avrebbe avuto bisogno dello stesso meccanismo perché le sue primarie, a partire dal 1994, le ha fatte ripetutamente con le elezioni e poi perché è stato il fondatore sia di Forza Italia, sia del Pdl. La seconda ragione è che, attraverso le primarie, dobbiamo rilanciare e rinnovare il Pdl, non distruggerlo come chiede qualcuno con il rischio di rimanere con un pugno di mosche in mano in mezzo a un terreno disseminato di rovine. A suo tempo in Forza Italia è stato soverchiante l’aspetto carismatico del partito derivante dalla leadership di Berlusconi. In ogni caso anche in Forza Italia, pur se non in modo sistematico, nei congressi provinciali spesso ci si contava: ci fu un congresso di Roma che finì al fotofinish con il voto degli iscritti su due candidati. Poi, con il discorso del Predellino, Berlusconi fondò il Pdl. L’operazione ha avuto al suo decollo uno straordinario sostegno popolare. Il Pdl ha avuto un regime interno contraddittorio: negli ultimi anni ha fatto i congressi provinciali e locali con il voto degli iscritti, la sua direzione nazionale è stata eletta da un congresso, i coordinatori regionali sono stati nominati dall’alto con il sistema della designazione da parte del presidente del partito. Oggi ci troviamo in una situazione assai difficile alle origini della quale c’è il fatto che il centrodestra nel 2011 è andato incontro a una sconfitta politica.
La caduta del governo Berlusconi è avvenuta per una somma di motivi: l’esplosione della crisi finanziaria, la scissione di Fini, l’attacco alla vita privata di Berlusconi, l’intenzione di Tremonti di soppiantare Berlusconi nella guida del governo, il rifiuto della Lega nord di riformare le pensioni. Oggi è in atto un attacco devastante ai partiti. Allora per poter salvare il Pdl, cioè l’unico soggetto politico di centrodestra tutt’ora in campo, bisogna, proprio attraverso le primarie, aprirlo all’intervento della gente e insieme sviluppare, in forme nuove, un dibattito politico che sia altra cosa rispetto alla rissa sconclusionata sviluppatasi da qualche mese a questa parte. Di qui per un verso le primarie aperte al voto di tutti i cittadini e per altro verso delle primarie di “partito” perché il duplice obiettivo è quello di designare il candidato-premier e di rilanciare e rinnovare proprio questo soggetto politico. Di conseguenza d’ora in avanti per le cariche elettive bisognerà procedere con le primarie aperte a tutti e per le cariche di partito occorrerà ricorrere al voto degli iscritti, come si è già cominciato a fare nei congressi provinciali e comunali.
E’ evidente che le primarie dovranno avere delle regole precise, sia per evitare la contestazione derivante dalla eventuale sopraffazione da parte di gruppi di potere locale, sia per definire una soglia nel consenso iniziale dei candidati per limitare e qualificare il numero dei partecipanti. Non bisogna mai perdere di vista quello che stiamo facendo: stiamo designando il nostro candidato premier. Allora che i candidati a questa carica abbiano un consenso significativo di base (alcune migliaia di firme autentiche, ottenute in almeno cinque regioni) è un requisito minimo per evitare che le primarie si svolgano con una cinquantina di candidati e che diventino una fiera della vanità. Dietro la definizione delle regole non c’è alcuna operazione di apparato, ma la volontà di trasformare un partito carismatico in un partito democratico a forte insediamento sociale e territoriale. In questo quadro non si capiscono le richieste di un “azzeramento” totale. In caso di “azzeramento”, quale autorità superiore dovrebbe sostituirsi a questo partito annullato? Spesso le contestazioni globali in nome di una palingenesi servono per coprire il ricorso a interventi verticistici che costituirebbero un altro e forse definitivo errore.
di Fabrizio Cicchitto